La guardavo, tra le luci offuscate dal fumo e dall’alcol. Era perfettamente a suo agio, una fila ordinata di denti bianchissimi, boccoli scuri e labbra carnose. La fissavo, osservavo i suoi movimenti, la sua gestualità, la sua sensualità, e percepivo la sua soddisfazione, sentivo su di me i suoi sguardi sfuggevoli, appena posati sul mio corpo, come a non volermi concedere troppa attenzione. Si muoveva tra uomini adoranti, ma cercava di conquistarmi; la musica attraversava il suo corpo e ne muoveva ogni cellula, faceva di lei il suo burattino. Avrei voluto mangiarla, staccarne un piccolo pezzo e assaporarla. Tra di noi, solo due corpi indefiniti.
Sorrideva e faceva la civetta con me; avrei voluto mettermi di fronte a lei e guardarla dritto negli occhi, e contemplare la sua reazione. Mi avrebbe avuta, se l’avesse voluto. E invece ognuna di noi era troppo impegnata a recitare uno pseudo ruolo da femme fatale, adorata da uomini manichini tutti uguali, sguardi omologati senza significato.
Ma la sentivo, l’energia sensuale che ci circondava e inglobava in un unico essere, e che durò solo pochi istanti.
Il tempo di una canzone e lei non c’era più, solo il ricordo di occhi rapaci.