La preghiera dall’alto. Una accanto all’altra eseguivamo lo stesso esercizio. A pancia in giù, la faccia sopra le ginocchia, le braccia protese verso un dio immaginario, senza volto. Le mie dita racimolavano un centimetro dopo l’altro, per arrivare il più lontano possibile. E con loro la mia mente, seguiva un flusso che attraversava gambe, corpo, braccia e fuoriusciva dalle mani, percorrendo scie luminose che solo io potevo vedere, percepire.
Il silenzio, lieve ed inaspettato, ovattava lo spazio circostante.
Avevo gli occhi chiusi, il cervello spento; poi una voce, a risvegliarmi dal mio isolamento. “Riesci a sentire lo stretching?”
“Non molto…”
“Ti aiuto io”.
Le sue mani, su di me, avvolgevano la mia vita, e spingevano verso il basso, verso la terra, con la quale pian piano mi sembrava di fondere; erano ferme, e calde, e quel contatto non mi lasciava scelta; chiudeva la mia mente, bloccava la mia via di fuga, e mi ancorava lì, imprigionata da calore e carne, fra il pavimento e l’aria che lui respirava. “Ora la senti, la pressione?”
Ma la mia lingua era bloccata, tutta l’energia risucchiata da quelle mani che percorrevano il mio corpo e spingevano sempre più in basso. Mi togli il respiro, avrei voluto urlargli, ho il corpo e il sangue in fiamme, accesi e soffocati contemporaneamente.
Avrei voluto aprire gli occhi, e fuggire, e allo stesso tempo rimanere prigioniera, immobile, in balia delle sue mani.
“Voltati”, mi disse, “avvicina il più possibile le ginocchia al petto, brava, così…”
Ho cercato i suoi occhi, ma non erano lì a guardarmi, erano rivolti verso le lancette, a contarne gli spostamenti.
Guardami, sono qui e non riesci a vedermi, non ti accorgi che sto per esplodere; invece comprimeva, le mie gambe contro la mia pancia, con le sue mani, salde e immobili.
Pochi istanti e l’ho visto allontanarsi, soddisfatto del suo operato professionale e preciso.
I miei muscoli, e i legamenti, erano completamente fluidi e sciolti; ma il mio animo, era straziato, dilaniato, disintegrato, fatto a pezzi.
“Ciao”, gli ho detto, “ci vediamo domani”.
“A domani”.
Lentamente, entrai nello spogliatoio; lentamente, mi liberai di tutti i miei vestiti, uno dopo l’altro, accatastati su una delle panche. Intorno a me, era tutto stranamente vuoto, solo rumori, voci da lontano.
Avrei solo voluto allungare le mie mani, e avvolgere quell’energia, inglobarla e renderla mia; invece mi ritrovavo ora a tenderle verso mille gocce d’acqua che mi inondavano il viso, e la pelle, e calmavano la mia mente, e spegnevano il fuoco che mi incendiava.
Gocce come minuscole lacrime, pioggia da un cielo senza stelle, un cielo senza azzurro; gocce come lacrime d’inchiostro, marchiavano il mio corpo, lasciandovi solchi indelebili, ghiacciavano il cuore; gocce, di una pioggia senza fine, e senza inizio; lacrime, cristalli d’argento sul mio viso, pugnali di fuoco nei miei occhi.