Battaglia navale

Ascoltando pixies

cuori picche quadri fiori

sono una piccola alice sulla corolla di un fiore, una rosa bianca, no, rossa! Tagliatele la testa!

E rotola sul prato appena falciato, sento ancora il profumo dell’erba, fresca…

e spinge, nella testa, nella gola, nello stomaco, ovunque, e insiste, e taglia, e rotola, e mi riempie, il cervello è colmo esplode, mi sta per esplodere la testa, bum bum bum bum

bang

colpita e affondata

scacco matto

all in

tutto

dentro

il cuore

Black Out

Era piccola e bianca tra le sue mani. Prendila, le disse, e lo fece.

Voleva raggiungere l’estasi completa e appagante dei sensi.  Aveva un sapore dolce, come di biscotti al burro liquefatti al sole. Tutti intorno a lei ballavano, gli occhi chiusi tra luci pulsanti e psichedeliche. Anche lei, così piccola tra tutte le anime vibranti, chiuse gli occhi, pervasa da un’incantevole energia. La musica penetrava e incollava i corpi, e dava loro senso e movimento. Il respiro cresceva, affannato e incontenibile, ogni battito si susseguiva al primo, gradini verso una scala invisibile nel cielo scuro come la pece. Qualcuno ha serrato i miei occhi, pensò, devo, ho bisogno di aprirli, voglio vedere l’accecante luce del suono, voglio toccarla con le mie dita e lasciarci un’orma piccola e ben definita. Aprì le sue minuscole palpebre pesanti, e si trovò circondata, da braccia gambe volti ricoperti di sudore e con le mani al cielo; energia che pioveva come una cascata in forma di luce e musica.

Si girò, di fronte a lei un sorriso disciolto in un rossetto acido; push the button, la t-shirt di un’adolescente; labbra avide si scambiavano sapori e cellule; Mary cominciò a correre, o almeno avrebbe voluto correre, tra la folla, farsi spazio nel labirinto di carne umana, ma non ci riusciva; ovunque volgesse lo sguardo solo corpi con un’unica anima uniformante costantemente incollati fra loro. All’improvviso un’arma enorme si materializzò tra le sue braccia, davanti a lei la scritta push the button, premi il bottone; fece fuoco, e si lanciò nel tunnel smembrato, la sua unica via d’uscita.

Fuori, un gigantesco videogioco in technicolor. Un passo dopo l’altro, le sue gambe imboccavano direzioni quadrimensionali, risucchiate dal vortice delle strade filiformi. Estasi, dove sei? Intorno a lei, solo lunghi tunnel circondati da colorati lampioni intermittenti; nessun respiro, o movimento umano, ma auto dai bordi luminescenti, sfreccianti e inarrestabili. Devo uscire da qui. Corri Mary, corri. Mary correva, come inseguita da qualcuno o  qualcosa, un volto puntellato di luci fluorescenti, dal sorriso beffardo e minaccioso. Mary correva, eppure lo scenario intorno a lei rimaneva costante, attraversava ponti e gallerie e strade, ma niente cambiava. Ad un tratto si fermò, il sorriso ghignante si fece beffe di lei; si girò, per non guardarlo, dietro di lei c’era ancora il varco smembrato e sanguinante. E nella discoteca, ancora tutti ballavano come in trance, mossi da uno spirito comune.

Due braccia si allungarono ad avvolgerla, a inglobarla nell’immensa materia danzante. E fu come se non si fosse mai mossa, se il suo posto fosse sempre stato lì.

Mary aprì gli occhi, pronta a ricevere la sua pioggia di luce; ma la musica si arrestò, il cielo si oscurò, e poi, silenzio.

Un vecchio cappotto

Ho un vecchio cappotto, sempre lo stesso, da anni. Mi ostino a comprarne di nuovi, ma sono tutti lì, imbalsamati nell’armadio in attesa di essere fucilati. Sono il cecchino dei soprabiti.

Ho questo vecchio cappotto, che mi accompagna, da anni, e ci cammino per strada; sembro un po’ squinternata, stralunata, in un mondo che non riconosco. Cammino per strada, e ogni rumore, o luce, distoglie la mia attenzione. Sono distratta, dimentico luoghi e persone. Ondeggio per strada, i tacchi fanno ormai parte del mio corpo, sono il mio corpo, le mie gambe, rendono sodo il mio sedere, il più di tutti ondeggiante.

Ondeggio e mi guardo intorno, occhi, specchi vuoti, non hanno più un’anima da riflettere. L’aria intorno a me è un groviglio di anime perdute, attorcigliate, mescolate, e tra tutte intravedo la tua. La percepisco; mi cerca, affannata, allunga le sue piccole dita verso di me, vorrebbe inglobarmi, intrappolarmi e possedermi. Ma io non la evito, non voglio evitarla. Mi lascio catturare, trascinare, nel mucchio di anime informi, mi lascio possedere, abbindolare, avvolgere, toccare, baciare, assaporare, abbracciare, infuocare; sono tua, la tua anima senza più specchi.

Teardrop on the fire

La preghiera dall’alto. Una accanto all’altra eseguivamo lo stesso esercizio. A pancia in giù, la faccia sopra le ginocchia, le braccia protese verso un dio immaginario, senza volto. Le mie dita racimolavano un centimetro dopo l’altro, per arrivare il più lontano possibile. E con loro la mia mente, seguiva un flusso che attraversava gambe, corpo, braccia e fuoriusciva dalle mani, percorrendo scie luminose che solo io potevo vedere, percepire.

Il silenzio, lieve ed inaspettato, ovattava lo spazio circostante.

Avevo gli occhi chiusi, il cervello spento; poi una voce, a risvegliarmi dal mio isolamento. “Riesci a sentire lo stretching?”

“Non molto…”

“Ti aiuto io”.

Le sue mani, su di me, avvolgevano la mia vita, e spingevano verso il basso, verso la terra, con la quale pian piano mi sembrava di fondere; erano ferme, e calde, e quel contatto non mi lasciava scelta; chiudeva la mia mente, bloccava la mia via di fuga, e mi ancorava lì, imprigionata da calore e carne, fra il pavimento e l’aria che lui respirava. “Ora la senti, la pressione?”

Ma la mia lingua era bloccata, tutta l’energia risucchiata da quelle mani che percorrevano il mio corpo e spingevano sempre più in basso. Mi togli il respiro, avrei voluto urlargli, ho il corpo e il sangue in fiamme, accesi e soffocati contemporaneamente.

Avrei voluto aprire gli occhi, e fuggire, e allo stesso tempo rimanere prigioniera, immobile, in balia delle sue mani.

“Voltati”, mi disse, “avvicina il più possibile le ginocchia al petto, brava, così…”

Ho cercato i suoi occhi, ma non erano lì a guardarmi, erano rivolti verso le lancette, a contarne gli spostamenti.

Guardami, sono qui e non riesci a vedermi, non ti accorgi che sto per esplodere;  invece comprimeva, le mie gambe contro la mia pancia, con le sue mani, salde e immobili.

Pochi istanti e l’ho visto allontanarsi, soddisfatto del suo operato professionale e preciso.

I miei muscoli, e i legamenti, erano completamente fluidi e sciolti; ma il mio animo, era straziato, dilaniato, disintegrato, fatto a pezzi.

“Ciao”, gli ho detto, “ci vediamo domani”.

“A domani”.

Lentamente, entrai nello spogliatoio; lentamente, mi liberai di tutti i miei vestiti, uno dopo l’altro, accatastati su una delle panche. Intorno a me, era tutto stranamente vuoto, solo rumori, voci da lontano.

Avrei solo voluto allungare le mie mani, e avvolgere quell’energia, inglobarla e renderla mia; invece mi ritrovavo ora a tenderle verso mille gocce d’acqua che mi inondavano il viso, e la pelle, e calmavano la mia mente, e spegnevano il fuoco che mi incendiava.

Gocce come minuscole lacrime, pioggia da un cielo senza stelle, un cielo senza azzurro; gocce come lacrime d’inchiostro, marchiavano il mio corpo, lasciandovi solchi indelebili, ghiacciavano il cuore; gocce, di una pioggia senza fine, e senza inizio; lacrime, cristalli d’argento sul mio viso, pugnali di fuoco nei miei occhi.

Ricomincio da me

Bene. Stavo cercando di recuperare il mio vecchio blog (che era aperto su splinder, e che in questo mese sta chiudendo i battenti) ricopiando tutti i vecchi contenuti in questo nuovo contenitore. Ma, sinceramente, non ne vedo più il senso. Sapete che vi dico? Chiudo la porta, anzi, chiudo la porta con violenza, come a volerla scardinare, e vado fuori. Cambio casa, e vesti, e faccia, e mi stacco dal passato, e butto via la chiave. Comincio da capo.